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PRIMO CARNERA, IL DIABETICO PIÙ FORTE DEL MONDO

Un bambino prodigio

È nato in un piccolo paese friulano, Primo Carnera, il neonato che pesava 7 kg e che a 12 anni sembrava già un adulto. Figlio di una famiglia povera, Carnera lascia l’Italia per cercare fortuna in Francia dove abitano gli zii; qui viene assunto in un circo, finché non compie il suo ingresso nel mondo del pugilato.

La boxe la comincia quasi per caso: durante uno degli incontri di lotta al circo lo osserva attentamente Paul Journée, un ex campione dei pesi massimi che presto l’avrebbe presentato al suo futuro manager. Carnera non era di certo un uomo che passava inosservato: era alto 205 centimetri per 125 kg, un fisico bestiale, tanto che successivamente dagli americani viene soprannominato “the ambling alp”, la montagna che cammina.

Verso il successo

Dopo i primi match vinti in Europa, nel 1929 Carnera sbarca negli Stati Uniti d’America dove debutta in grande stile: l’avversario va al tappeto con il primo pugno incassato. Dopo le vittorie iniziali, subisce una sconfitta contro un pugile già noto al pubblico, Jack Sharkey, ma riesce sempre a rimanere in piedi senza finire al tappeto.

Un incontro importante per Carnera è sicuramente quello con Ernie Schaaf, tornato a lottare ma evidentemente non ancora in forma: dopo essere stato messo a tappeto due volte dal friulano, ha chiuso i conti con la lotta per la vita. Questo episodio ha segnato la storia di Carnera, che per un momento pensa di smettere e abbandonare per sempre la boxe.

È invece proprio la madre di Schaaf a fargli cambiare idea con una lettera fortemente sentita: “Desidero assicurarvi che io non vi considero responsabile per la morte di mio figlio. I miei sentimenti nei vostri riguardi sono gli stessi che avrei considerato da parte di vostra madre verso il mio Ernie nel caso una disgrazia fosse capitata a voi durante la competizione”.

Campione del mondo

Lo scontro decisivo, che tutti gli appassionati della boxe ricordano con dovizia di particolari, si è tenuto nel 1933 contro Jack Sharkey di fronte ai 40.000 spettatori del Madison Square Garden Bowl. Un incontro a colpi di ansia, cadute e riprese, finché Carnera abbatte il lottatore lituano e conquista il titolo di campione del mondo dei pesi massimi.

È il primo campione italiano nel mondo del pugilato, diventa l’eroe della nazione in pieno regime fascista: Benito Mussolini lo fa affacciare dal balcone di Porta Venezia, esibendo a tutti gli italiani il modello da imitare. Inoltre a partire dagli incontri successivi Carnera comincia a indossare la camicia nera sotto l’accappatoio: l’esibita vicinanza al partito fascista gli crea non pochi problemi al termine della Seconda Guerra Mondiale.

Molti ufficiali tedeschi e fascisti vanno a trovarlo e questo non piace ai partigiani ma il comandante della Brigata Sud Garibaldi, Leonardo Picco, ricorda: “…Correva voce in montagna che lui fosse un collaborazionista dei fascisti, ma lui mi disse di no, che a casa sua entravano tutti: tedeschi, fascisti, cosacchi e persone di passaggio. Chiunque volesse conoscerlo. Quell'uomo lì non aveva la faccia della persona cattiva, era l'uomo più buono che avessi mai visto.”

È inoltre importante smentire il luogo comune che vede Carnera uomo rozzo e dotato di soli muscoli. In realtà questo gigante dal cuore d'oro conosceva la Lirica e, da buon appassionato di poesia, era in grado di recitare a memoria interi versi del prediletto Dante Alighieri.

 

Dopo la fama

Nel 1934 Carnera perde il titolo conquistato l’anno precedente contro Max Baer, finendo a terra con un colpo in piena faccia che gli causa una brutta frattura alla caviglia. La fama non lo abbandona, tanto meno la voglia di continuare a lottare: dopo sei mesi si scontra con i nuovi miti della boxe e ne esce sconfitto.

Gli viene diagnosticato il diabete e gli viene tolto un rene, ma questo a Carnera non importa. Non si rassegna al suo stato di salute, ai continui incontri andati male, il suo obiettivo è quello di proseguire sulla sua strada.

Solo nel 1946 si rende conto che è giunta l’ora di chiudere con la boxe, decidendo di tornare alla lotta libera, che riesce a dargli negli anni importanti soddisfazioni.

Intanto il suo diabete è peggiorato e a esso si è aggiunta la cirrosi epatica. È quasi irriconoscibile, è magro fino alle ossa: Carnera sente il bisogno di tornare nella sua terra d’origine, nel piccolo paesino in cui è venuto al mondo.

Così, il 29 giugno 1967 muore uno dei più grandi campioni italiani, esattamente a 30 anni dalla conquista del titolo mondiale.

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