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QUATTROCENTOTTANTASETTE

Oggi, a 22 anni, Rita Fancello ci racconta come ha scoperto di essere diabetica quando era bambina.

8 anni e mezzo. Non pensi ad altro se non a giocare. Non hai pensieri da “grandi”, semplicemente perché non lo sei.

Quando sono tornata da scuola e ho aperto il cassetto della cucina per prendere qualcosa da mangiare, i miei genitori erano contenti: “Finalmente inizia a mangiare!”.

Già, perché ero di quelle bambine che devono essere supplicate per mangiare qualcosa.

La notte stessa ho iniziato a svegliarmi per andare in bagno e per bere. Strano, mai fatto neanche questo…

Anche per i miei genitori era strano, ma pensano che sia dovuto al fatto che a cena abbiamo mangiato insaccati!

Peccato che questo giochino l’ho rifatto anche il giorno dopo e no, non avevo mangiato insaccati. E il giorno dopo ancora.

Mia madre inizia ad insospettirsi. Ha un fratello diabetico, quello zio che mi aveva incuriosito una volta a pranzo con una strana puntura sul braccio. Chissà mai che cosa sarà, mi ero chiesta.

Avendo un fratello diabetico e conoscendo i sintomi del diabete non può che fare una sola cosa: mi porta dalla pediatra.

Era il 13 Aprile del 2001. Era un pomeriggio primaverile e non so perché sono entrata dalla pediatra con un ovetto Kinder in mano, chiuso.

Chissà perché era ancora chiuso… forse mia madre mi aveva detto di non aprirlo, inventandosi qualche scusa.

Mia madre spiega tutto alla pediatra e lei mi misura la glicemia. Non ricordo se mi ha fatto male o no, ma ricordo il numero:

QUATTROCENTOTTANTASETTE

Poi la pediatra mi spedì in bagno con mia madre: “Fai la pipì in questo vasetto!”. Di quello ricordo solo l’entrata e l’uscita dal bagno.

Nel mentre la pediatra aveva preparato il foglio di ricovero in cui si diceva che ero diabetica.

Da lì ricordo che siamo uscite dallo studio della pediatra e, una volta fuori, mia madre ha chiamato mio padre: “Vieni a prenderci, dobbiamo andare in ospedale”.

Non ricordo se aveva precisato il perché dovessimo andare in ospedale, ma ricordo il tono afflitto mentre lo diceva.

In ospedale è iniziato il caos!

Mi prendono, mi tolgono la giacca e mi mettono su un lettino. Intorno a me medici, infermieri e i miei genitori.

Stavano cercando solo di mettermi una flebo, ma mi dimenavo da matti. Mia madre mi teneva la mano, ma non riusciva a vedermi piangere.

Mio padre era vicino alla mia testa, mi diceva di stare tranquilla.

Non so perché ma non riuscivo a spiegarmi: l’unica cosa che volevo era che mi mettessero qualcosa sotto la testa! Ho sempre odiato (e odio ancora) essere stesa senza avere qualcosa sotto la testa.

Alla fine mio padre capì: prese la mia giacca, la appallottolò e me la mise sotto la testa. E mi tranquillizzai.

Da lì ricordo le giornate in ospedale, in pediatria…

Ricordo mia madre per terra a piangere quando pensava che non la vedessi.

Ricordo i viaggi da 30 km di mio padre ogni giorno, che nel mentre doveva badare anche a mia sorella.

Ricordo le visite dei parenti.

Ricordo Pasqua passata senza uovo di Pasqua in ospedale.

Ricordo il libro delle “Storie degli animali” e “Fifa 2001” che mio padre mi aveva regalato. Ce li ho ancora, dopo 14 anni.

Ricordo quelle schifosissime fette biscottate senza zucchero.

Ricordo le prove fatte con mia madre per imparare a fare la puntura.

8 giorni all’ospedale. In un attimo la mia vita è cambiata, all’improvviso. Avevo capito perché mio zio aveva fatto quella puntura.

Ho iniziato ad avere pensieri da “grandi” perché il mio corpo aveva deciso che a 8 anni e mezzo dovevo essere grande.

Serve tanta forza da parte di chi ha il diabete e da parte di chi lo vive con te. Ci sono volte in cui sei tu che devi tirare su chi ti è accanto. Tua madre e tuo padre che ancora si stanno chiedendo “perché non a me?”, il tuo fidanzato che si fa in quattro per capire i meccanismi e aiutarti.

Personalmente ho sempre descritto il diabete come un drago.

I draghi fanno paura, ma se te li fai amici, fanno meno paura. Pensate a Ciuchino, l’amico di Shrek: si è sposato con un drago.

E allora io mi "sposo" per sempre con questo mio drago, perché il diabete è meglio averlo amico piuttosto che nemico.

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