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IL DIABETE È L’UNICO COMPROMESSO CHE ACCETTO

Dalla testimonianza resa sono trascorsi 10 anni e dall’insorgenza ne sono trascorsi ben 17 di anni; qualcosa è cambiata o si è banalmente avvicendata… come è normale; altre cose sono rimaste; è un PICCOLA, grande, PARTE DI ME, che adesso riesco a condividere.

Salve a tutti, sono Primerose, fra 16 giorni compirò 24 anni, e fra 33 giorni, 7 anni di diabete!

Era il 2 giugno del 1998 quel giorno i Lighthouse Family suonavano “High”… e io ne canticchiavo il motivetto… la canzone ad un certo punto dice: < FOREVER YOU AND ME…>…

Da tempo, circa sei mesi era diventato impossibile studiare, non essere più stanca, andare a scuola... Ricordo, era il penultimo anno del liceo classico ed io a scuola ero sempre andata molto bene, ma proprio quell’anno cambiai sezione, nuovi professori, nuovo ambiente e questo mio malessere generale ed incomprensibile mi portava a non impegnarmi come da sempre avevo fatto... Ricordo come un vero incubo le ramanzine degli insegnanti, che ahimè avevano avuto l’occasione di conoscermi in quella nuova veste di persona svogliata, e ancora ricordo con terrore ogni minima sensazione di disagio fisico, quelle sconosciute iperglicemie quando nel paradosso di questa malattia hai fame ma ti viene da vomitare, mangi e subito dopo ti si annebbia la vista, ti viene tanta sete, fai molta pipì e quasi accusi un’indigestione... Dio com’è paradossale questo “compagno”... Dimagrivo sempre più e negli ultimi giorni, prima che una timida ed emotiva dottoressa sparasse la sentenza a mia madre, ero arrivata a pesare 48 kg, proprio io che sin da bambina ero solita definirmi Principessa Abbondanza (morbida, generosa ed abbondante).

Ero a scuola quel 2 di giugno e avrei voluto tornare a casa ma sapevo che i professori si sarebbero lamentati, per cui strinsi i denti, annullai il tremendo senso di vomito, mi concentrai sulle righine del quaderno nella penultima ora, di poi, accasciata sul banco, sui quadretti dell’ultima, fino ad arrivare a tavola e a non aver voglia di toccare cibo. Nel pomeriggio uscii per andare a prendere un gelato, fortunatamente me lo porsero ma improvvisamente lo allontanai senza nemmeno assaggiarlo, volli rientrare subito a casa e aprendo la porta risposi al telefono, era la mia mamma: – PRIMEROSE, VIENI SUBITO NEL LABORATORIO ANALISI – PERCHÉ MAMMA, È SUCCESSO QUALCOSA AL NONNO? – NO, VIENI, SONO QUI, TI ASPETTO! – Ripetono il prelievo, oltre 500! Povera dottoressa, toccò a lei dire alla mia mamma di ricoverarmi urgentemente, sarei potuta entrare in coma magari subito, magari in serata, magari prima di andare a scuola...

In ospedale dissero che non c’era il diabetologo e così, senza perder tempo il mio babbo fece 40 km in un quarto d’ora e mi ricoverarono nell’ospedale dove mio zio era vice primario!

Chiedetemi piuttosto cosa dissi io... io sorrisi, non dissi una parola e strinsi ancora i denti per far vedere ai miei genitori che poi non stavo così tanto male... Mio papà sedeva sul divano, aveva per la prima volta gli occhi umidi ma non socchiusi, forse guardava o forse no; la mia mamma mi abbracciava perché io non guardassi l’ago che cercava l’arteria dal polso, e i dottori volevano proprio il polso dal quale io non volevo sfilare il mio braccialetto, il braccialetto pieno di colori che mi aveva regalato mia sorella, ma guarda un po’, il polso giusto fu proprio quello...

Rimasi con la flebo tutta la notte, la mia mamma accanto a me e tutti i dottori a cercare la causa... la causa di una malattia autoimmune, di una malattia così paradossale, così pazza, così punitiva, così costante…

Tornai a casa dopo 1 giorno, non tolleravo l’ambiente ospedaliero, mio zio, da medico, mi fece la cortesia di venire a casa e dopo qualche giorno mi mandarono dal dottore di un policlinico universitario con una busta chiusa, della quale origliai il contenuto: – TI MANDO MIA NIPOTE PRIMEROSE… CON DIABETE MELLITO INSORTO IMPROVVISAMENTE – per anni ho sognato questa frase e per anni, durante il sonno ho singhiozzato sulle parole: < INSORTO IMPROVVISAMENTE!>

Com’era strano fare le stesse cose di prima sapendo che nulla, da un giorno all’altro, era come prima, e pensare che alla domanda: – MA DEVO PUNGERMI PER SEMPRE??? – mi si rispondeva prima – NO – poi non si rispondeva, e ancora dopo, dato il mio impetuoso caratterino e anche per la più che giustificata insofferenza e rabbia, mi si cominciava a dire la semi-verità: – VEDIAMO… – e finalmente, la verità, completamente e solo la verità: – SÌ! – una netta affermazione che mi caricò di sensazioni contrastanti, difficili da trasmettere ma che, credetemi, mi rese più soddisfatta di ogni edulcorata bugia; anche se da quel giorno preferisco che nulla sia per sempre, neanche le cose più belle (vabbè, tranne la presenza dei miei cari accanto a me, s’intende!).

Ed ecco che cominciò la mia ribellione, il mio levarmi incandescente contro ogni cosa… i miei deliri di onnipotenza, la mia rabbia se solo mi si pesava pasta e pane, se solo un medico osava rimproverarmi, dirmi ciò che dovevo o non dovevo fare, o prospettarmi il solito ribaltamento di priorità che si è soliti prospettare in questi casi, come se il paziente, ragazzina diabetica, anzi, bambina diabetica, perché adesso solamente comprendo che a 17 anni ero solo una bambina e niente di più, sì, come se il paziente possa trovare giovamento da una privazione netta e marcata… magari un giovamento fisico, ma non emotivo e, come tutti sappiamo, il diabete è la malattia dell’emotività, della contraddizione, della ribellione, del paradosso e non la si potrà mai curare con un divieto, con un rigido parametro… sì, ti porta ad essere rigida, inflessibile, ma con te stessa… però non vuole che qualcuno lo sia nelle cure che ti prescrive; hai già subito una rigida sentenza, non intendi subirne altre!

Grazie al cielo ho incontrato la dottoressa Ferraro, diabetologa, che ha ammorbidito la visione di molte e molte cose, mi ha consentito di non farmi male, quindi di curarmi senza vedere le cure come un’imposizione, anche se i primi tempi non l’accettavo e, per quanta insulina facessi, le mie glicemia erano sempre alte…

Ricordo le sensazioni della prima crisi di panico… uscii da casa scappando, come se scappassi da qualcosa o, meglio, da qualcuno, scappavo da lui che mi respirava addosso… ora lui per me ha un nome, si chiama Tristan ed è il mio diabete, il mio compagno dolce e punitivo, colui al quale se chiedo il bianco, dà il nero e viceversa… l’unico che mi mette in riga, l’unico che in qualche modo riesce a contenere le mie ribellioni, solo lui, perché è lui ad averle innescate e io, solo da lui, ad averle subite!

L’ultimo anno a scuola preferii sostenerlo da esterna… non riuscivo a pensare di rientrare nell’ambiente scolastico con queste nuove abitudini che stentavo a fare mie e che fingevo di accettare; Tristan era arrivato in estate, come un ospite davvero poco gradito che comunque, alla fine diventa <uno di casa>; e come fu lunga ed insostenibile quella estate, il caldo, gli aghi, le penne, le quali, ad ogni presidio, curavo che avessero una miriade di colori e disegnini naif da ogni lato…

Ecco che il sonno di mamma e papà si fece sempre più leggero, anche se devo ammettere che non li ho mai svegliati accusando né una ipo, né una iper, ho sempre cercato di vedermela da sola… ma non sempre mi riesce di sgattaiolare silenziosamente e tenere un mio malessere per me…

Quante volte la mia mamma è stata depositaria delle mie debolezze emotive e quante candeline mi ha dedicato, esprimendo ad ogni suo compleanno lo stesso desiderio, il primo, al primo soffio! Non ho mai fatto ricatti, né a me stessa, né a loro che, soprattutto i primi tempi, non volevano rassegnarsi al fatto che dovessi pungermi e fare insulina…

Forse ho pianto poco, forse ho cercato di stordirmi… sì credo di averlo affrontato così, ma non l’ho mai occultato, anzi da sempre ho detto di lui come si dice il proprio nome, l’ho studiato, l’ho scomposto, l’ho accerchiato, senza dargli via di scampo… E nella mia ingenua mente da diciassettenne credevo che quel fulmine a ciel sereno, che si era presentato come una <malattia>, mi avrebbe reso, almeno per un po’ di tempo, immune da tanti altri malesseri, invece non fu così, è inutile negarlo, il diabete è una malattia troppo <generale>, è un costante compromesso, è una disciplina mentale che attitudina volente o nolente, e non è vero che tutto è uguale, non consento che si dica questo, perché si vive diversamente da come lo si faceva prima: si studia diversamente, si digerisce diversamente, si ama diversamente, si dà importanza a cose diverse… o forse è soltanto l’intensità della vita che cambia!

Per quel che mi riguarda, ha dettato senza dubbio molti compromessi, rendendomi militarista, forse anche alle volte rigidamente insopportabile, però, mi ha consegnato le ali della libertà, le chiavi di molte prigioni! Qualcuno si chiede: <Come possono svariate iniezioni di insulina al giorno, renderti libera?> io rispondo immediatamente e con sicurezza ed orgoglio: <Quella è l’unica contingenza alla quale io mi rimetto, e per il resto, limito allo stretto necessario la contingenza giornaliera, senza impormi nulla di ciò che in effetti non mi va più di tanto!...> … mi avrà viziato, che dite??? Paradossale! Tristan mi ha insegnato a dare ascolto e importanza ad ogni segnale del mio corpo, ad entrarne in sintonia, a percepirne ogni minima inflessione, di gioia e dolore, dunque, mi ha ulteriormente sensibilizzato, sia a livello fisico che emotivo… oggi mi sento una ragazza con una marcia in più, consapevole di una diversità che è a tutti gli effetti intensità e sono più che convinta che Tristan è l’esplosione della mia sensibilità che si è materializzata in lui e per questo devo accettarlo come una parte ingombrante di me, perché la mia emotività è ingombrante… e se ci fosse un mondo iperuranico, lì, io, con la mia <differente metabolizzazione degli zuccheri>, sarei normale!

Voglio dire: GRAZIE, alla mia Mamma… che ha filtrato con tutto l’amore di questa terra le mie sensazioni e mi ha dato amore non solo perché è mia mamma, ma perché lei è amore e candore di sentimento;

Quanto a te, Papà… mi spiace, a volte so che tu vorresti che io non l’avessi e cerchi di non pensare, cerchi di non vedere mentre mi pungo, so che faresti di tutto perché lui non fosse con me; grazie perché comprendi che i tempi della mia realizzazione sono più diluiti rispetto a quelli delle mie sorelle! La vita non è una gara, ma una corsa ad ostacoli e tutti voi tifate per me!

Ah, adesso sono innamorata… Vincenzo… spero che tu capisca perché dalle volte merito l’appellativo che generosamente mi elargisci: <EISENAUER>… grazie perché mentre cenavamo al ristorante indiano, ad un certo punto, mi hai detto: <QUESTA COSA CHE HAI TI RENDE SPECIALE!> grazie perché l’hai detto proprio così…!

E infine: GRAZIE: TRISTAN!

PRIMEROSE

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