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DIABETE: LA VOLONTÀ DI NON ARRENDERMI

Guglielmo Lavagno ha partecipato al concorso “Racconta il tuo diabete”. Ecco la sua storia: 

Mi chiamo Guglielmo Lavagno e sono nato a Casale Monferrato (AL) il 06 ottobre 1941. Da molto tempo risiedo a Siracusa, ho 73 anni e la mia convivenza con il diabete ebbe inizio nella primavera/estate del 1984, all’età quindi di 43 anni, col manifestarsi di sintomi per me totalmente estranei in precedenza, che mi facevano passare da improvvisa ipoglicemia a una iperglicemia – termini, questi, che ho imparato successivamente – e cioè da improvvise prostrazioni ai più frequenti stati di agitazione, caratterizzati da sete eccessiva, frequenti orinazioni, con anche, alla più lunga distanza, un significativo calo di peso corporeo.

A quel punto andai dal mio medico curante ad Acqui Terme (AL) il quale mi prescrisse le analisi del caso mirate all’accertamento di eventuali patologie come il diabete, che poi risultò essere presente (diabete mellito del tipo 1).

La notizia mi provocò un’estrema preoccupazione perché all’epoca i casi di diabete erano normalmente caratterizzati da gravi conseguenze degenerative, come la cancrena agli arti inferiori, la cecità e ancora altro di molto preoccupante che invalidava chi veniva colpito dalla patologia, la possibilità di condurre una vita normale. Le stesse determinazioni giornaliere della glicemia (due o tre) venivano effettuate con lancette pungidito veramente dolorose e le determinazioni del valore glicemico erano fatte per comparazione utilizzando strisce reattive con varie intensità di colore.

Per meglio capire cosa mi stava accadendo andai da un medico specialista a Genova, allora nominato come il massimo esperto diabetologo italiano, il quale, senza tener molto conto delle analisi del sangue presentate, mi prescrisse una terapia per il diabete di tipo 2.

Naturalmente dovetti poi passare all’insulina, così come mi ordinò successivamente un altro medico dell’Ospedale San Martino di Genova - sempre della sezione diabetologia - che si anche meravigliò della diagnosi fatta dal primo medico diabetologo che era stato anche il suo professore. Solo dopo molto tempo venni a sapere che il non prescrivere subito l’insulina era un metodo seguito da alcuni medici per tentare di far riattivare la produzione individuale della stessa.

Per non arrendermi andai anche da altri medici specialisti, i quali però – e inesorabilmente – mi confermarono la presenza del diabete, e comunque mi fornirono informazioni di vario tipo che, adattate al mio modo di vivere mi sono sempre state utilissime.

Allora era anche carente, e non ben percepita, l’informativa sull’alimentazione da seguire, così come insufficienti e lacunosi erano i consigli del medico sulle norme di un corretto stile di vita da seguire per tenere sotto controllo ottimale la patologia diabetica. Si diceva allora che chi è diabetico è un malato “grave” e come tale deve comportarsi, rinunciando così non solo a condurre una buona qualità di vita ma anche preparandosi all’inesorabile avverarsi delle varie patologie degenerative che il diabete può produrre.

A queste conclusioni non mi arresi, anche per il fatto che la mia vita sia lavorativa che privata era formata e differenziata dallo svolgimento di molte attività che mi portavano quasi ogni giorno a dover pranzare e/o cenare in ristoranti sparsi un po’ in tutta Italia e anche presso famiglie che, anche se gentilissime, sicuramente non osservavano alcuna dieta alimentare, obbligandomi così a dover rinunciare all’ospitalità senza offendere chi mi ospitava.

Oltre alla rinuncia di assumere alimenti, un altro fattore che era sempre presente era quello di essere così considerato un estraneo alla riunione e di non poter partecipare così a tutti quegli incontri che potevano essere considerati anche opportunità di appartenenza, intesa in senso generale. Tante erano le precauzioni che mi si prestavano, per non parlare poi dei consigli profusi, tutti formulati con la generosità più sincera e disinteressata anche se caratterizzati da una discordanza dovuta appunta alla scarsa informazione dei problemi.

Ed è per tali motivi che da subito cercai di ottenere più informazioni possibili sulla gestione e convivenza con la patologia diabetica, ottenendo e facendo tesoro di una serie di notizie, soprattutto dal mio medico curante che mi segue da oltre venti anni, sulle varie risposte glicemiche dei cibi, della loro assunzione, della conduzione in generale della vita e di molto altro.

Nei trenta anni di tale convivenza con il diabete mai, e ripeto mai, ho affrontato un pasto qualsiasi senza valutare, di massima, la quantità di cibo e bevande da assumere relativamente alle loro risposte glicemiche e all’impegno fisico della giornata, completando così il fabbisogno alimentare – se del caso – con diverse tipologie di nutrimenti, dolci compresi (fortunatamente non mi piacciono molto), tali anche da soddisfare la gola, e anche assumendo molta verdura, poco calorica, per la saturazione dello stomaco.

Aggiungo che sono anche sempre stato molto attento all’integrazione alimentare fornita da composti polivitaminici, microelementi, ecc. che normalmente si trovano in commercio.

Ho potuto in questi anni raggiungere e mantenere la glicata, senza eccessive rinunce, su valori di circa 6, che sono quelli di una persona sana e in buona salute.

I vari controlli clinici e laboratoristici, che il soggetto diabetico deve eseguire periodicamente per il controllo generale dello stato di salute, possono evidenziare anche altre necessità d’intervento curativo. Accade così che il medico sicuramente prende in esame molti altri fattori di rischio e può così prescrivere i rimedi specifici, sempre accompagnando le posologie dei farmaci con gli utili consigli che il paziente deve seguire. Così mi è accaduto per altre malattie che mi hanno colpito.

Ormai avendo accertato l’esistenza, purtroppo inguaribile e irrimediabile, del mio diabete di tipo 1, mi dedicai ad assumere tutte le informazioni necessarie alla buona gestione dell’organismo depauperato dell’apporto naturale di insulina, col risultato di rendermi consapevole del fatto che con il diabete si può benissimo convivere facendo una vita più che normale.

Oltre all’alimentazione corretta anche una buona e giornaliera attività motoria, assolutamente non stanchevole, resta fondamentale per un giusto controllo glicemico.

In pratica - a mio avviso e nel mio caso - con il diabete si può fare di tutto o quasi, e ultimamente si è molto avvantaggiati nella gestione della patologia dai notevoli progressi fatti dalla scienza medica e dalla formazione dei medici specialisti del campo, che, oltre alle prescrizioni terapeutiche necessarie e indispensabili, oggi sanno anche proporre ai pazienti tutte quelle informazioni pratiche che, se osservate, possono rendere la vita dell’ammalato veramente buona.

Nei primi anni ‘90, quando mi trasferii per lavoro in Sicilia, utilizzavo giornalmente le siringhe tradizionali che mi portavo appresso avvolte nella carta argentata mentre dovevo lasciare in frigorifero, che a volte non era a portata di mano, i flaconi. Negli ultimi anni non solo la qualità delle insuline è grandemente migliorata, ma anche la diagnostica è di più alto livello, sia per la qualità, sia anche per il pratico utilizzo, come, per esempio, le penne con cartuccia, con le quali ogni paziente può determinare con facilità, in ogni occasione, il proprio fabbisogno insulinico.

In base a tutto quanto sopra riportato credo che, avendo una buona informativa pratica dal proprio medico in merito alla specificità delle varie patologie diabetiche e anche cercando di avere una buona ed attenta valutazione della propria situazione personale, la convivenza con il diabete possa essere accettata con grande tranquillità. Anzi a volte tale convivenza, così come sopra descritta, può anche rappresentare una forma di auto-protezione a più largo raggio, perché il continuo controllo degli alimenti giornalmente assunti riduce in modo considerevole l’avvento di altre potenziali patologie, genericamente dovute ad errata alimentazione, ovvero concomitanti all’età del soggetto, e altro; patologie che, grazie alle analisi e agli esami frequenti del paziente diabetico, possono essere facilmente identificate al loro insorgere.

Non ultima fra le tante sorprese che la mia età mi ha procurato nel tempo, la più bella è che dopo trent’anni non porto nessuna complicanza della malattia e per alcuni versi mi sento e appaio più giovane di molti coetanei. Finora, con la mia profonda volontà di non arrendermi, nessuno dei fantasmi di trent’anni fa alla diagnosi si è manifestato.

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