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LA PREVENZIONE NON E’ UN PRIVILEGIO DI POCHI

Numerosi studi confermano che le persone sedentarie, coloro che hanno una pressione arteriosa o il colesterolo sopra la media, i fumatori o coloro che sono in sovrappeso, hanno tutti maggiori probabilità di sviluppare il diabete o un infarto rispetto alle altre. Ormai si sa: è meglio non fumare, avere il colesterolo basso invece che alto, etc.

Le campagne di prevenzione ci presentano, in larga misura, persone sane, felici e al di sopra di ogni problema; ma perché questi modelli non ci assomigliano?

I problemi che si incontrano nella gestione di una quotidianità pesante, spesso fatta di ritmi stressanti e problemi socialmente ed emotivamente coinvolgenti, sul lavoro, in famiglia, non ci mettono nella condizione ideale per occuparci della nostra salute.

Alcune ricerche mostrano come  una  più elevata disponibilità economica possa  fare la differenza, addirittura in tema di prevenzione, quasi che questa sia di fatto un privilegio per pochi.

Lo studio

Nell’ottobre del 2011 sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine i risultati di una ricerca fuori dal comune. Il Dipartimento dello Sviluppo Urbano di Chicago ha analizzato 4.500 madri che vivevano in un quartiere ad alto tasso di povertà:

  • a un terzo di queste donne è stato offerto un aiuto economico solo se si fossero trasferite in una zona con un basso tasso di povertà
  • ad un altro terzo un contributo economico a fondo perduto
  • e all’ultimo terzo non è stato offerto nulla.

Dopo una circa dieci anni le donne sono state ricontattate. Si è osservato che, rispetto alle donne che avevano ricevuto un contributo economico e che erano rimaste nello stesso quartiere, l’obesità si era ridotta del 7% tra le donne che si erano trasferite in un quartiere meno povero.

Una visione di prospettiva, oltre l’impegno del singolo

Quello che il medico chiede al paziente è un impegno personale, ma non basta affidare al singolo individuo la responsabilità della salute, che ha anche una grossa componente ambientale.

È noto da tempo che chi abita in zone o quartieri poveri di una città, ha per esempio probabilità più elevate di avere un infarto: non per l’ambiente malsano, ma perché in zone deprivate vivono persone che badano meno alla propria salute, hanno meno disponibilità economiche per alimentarsi, curarsi, distrarsi.

È illusorio pretendere che le persone si lascino alle spalle tutti gli stili di vita insalubri e abbandonino tutti i fattori di rischio legati al diabete e a complicazioni cardiovascolari. Così verrebbe colpevolizzato chi non si ritrova nei modelli correnti. Oltre che sul piano individuale, serve operare anche con scelte politiche adeguate per favorire piccoli passi, la modifica di un’abitudine, il bilanciamento di uno squilibrio.

Che fare, dunque?

Occorre attivarsi su più livelli. Non solo campagne di informazione per diffondere una cultura dell’alimentazione che contrasti il consumo di cibi insalubri (proposti dalla pubblicità), ma anche incentivi economici per stimolare il consumo di cibi sani e poco calorici. È cruciale dare il via a programmi che favoriscano – con attività di informazione e offrendo incentivi economici o risparmi – l’adozione di misure per facilitare uno stile di vita salubre.

Oggi il diabete di tipo 2 si presenta spesso in compagnia: nel 90% dei casi la persona che lo sviluppa è obesa o in sovrappeso, spesso ha la pressione alta o una dislipidemia associata. Tutte queste manifestazioni possono portare a interventi farmacologici specifici, ma in tutti e tre i casi una alimentazione corretta è il cardine della terapia.

Per uno stile di vita sano e “contagioso”

Non si tratta solo di fare una ‘dieta per diabetici’, ma di ‘mangiare bene’ e consapevolmente, alimentandosi in modo sano. Chi ha il diabete non deve sentirsi sfortunato e perciò costretto ad una vita di rinunce. Il diabete è invece l’occasione per il paziente e tutta la sua famiglia di adottare un approccio più salubre all’alimentazione che tutti dovremmo seguire: pochi grassi (ridurre soprattutto quelli di origine animale come ad esempio: carni rosse, uova e formaggio), largo a frutta e verdura, preferire i cereali integrali.

Il processo di assorbimento culturale di nuove abitudini è lento, non per chi ha il diabete, ma per tutta la sua famiglia. Il diabete si cura in prima istanza e soprattutto facendo cose semplici che tutti dovremmo fare: mangiare in maniera sana e fare esercizio fisico.

Per questo serve una società che invece di colpevolizzare il singolo individuo intervenga con scelte strutturali. In che modo? Ecco un esempio: produrre una norma che vieti o tassi fortemente la pubblicità di cibo malsano (es. merendine, patatine…) nelle ore pomeridiane, per prevenire l’obesità infantile. Sarebbe un buon segnale, uno slancio verso il cambiamento.

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