La scoperta del diabete di mamma Rosa: un nemico che non ha potuto evitare né allontanare, ma che per amore del figlio ha imparato a conoscere e rispettare

RISPETTANDO IL MIO NEMICO, IL DIABETE

Ultima modifica: 26 febbraio 2015

Autore: Il Tuo Diabete

Articolo

La scoperta del diabete di mamma Rosa

Rosa Intogna ha partecipato al concorso “Racconta il tuo diabete”. Ecco la sua storia: 

Mi ricordo bene come è iniziato tutto, era la mattina del 9 Marzo del 2012, credo che quel giorno rimarrà impresso nella mia mente per parecchio tempo!

Alle 6,45 è suonata la sveglia come sempre. A quei tempi lavoravo presso un ristorante come cameriera, perciò la sera andavo a letto molto tardi e quella mattina ero davvero assonnata, ma i bambini dovevano andare a scuola e anche se la voglia di rigirarsi e continuare a dormire era tanta, mi sono fatta forza e mi sono alzata

Sono andata nella stanza di Samuele per svegliarlo, lui ha aperto gli occhi un po’ assonnati, ha toccato le lenzuola e dopo alcuni secondi mi ha guardato e mi ha detto spaventato: “Mamma forse ho sudato tanto, perché io ho fatto la pipì ieri sera prima di andare a letto, ricordi?”. A quell’affermazione sono rimasta allibita. La cosa non mi piaceva per niente, era la terza volta che capitava nel giro di pochi giorni, d’istinto ho alzato le lenzuola dal letto e ho visto una grossa macchia umida sul materasso, per non parlare del pigiama tutto bagnato.

Era già il terzo episodio che capitava nel giro di pochi giorni; il mattino, al momento del risveglio, lo trovavo bagnato nel letto. La prima mattina non ho dato molta importanza all’accaduto perché ho pensato che la sera prima di coricarsi non avesse fatto pipì, forse per troppa voglia di giocare! Il giorno successivo quando si è ripetuto lo stesso episodio ho iniziato ad allarmarmi e visto i precedenti mi sono raccomandata con i nonni, prima di andare al lavoro, di assicurarsi che facesse la pipì prima di dormire. Inoltre quella sera al rientro dal lavoro l’ho svegliato e gli ho chiesto se avesse l’esigenza di tornare al bagno e, sentita la risposta, l’ho accompagnato e sotto i miei occhi, ne sono certa, ha fatto tutto. Allora, come era possibile!!!!

Tornando in camera mille ipotesi mi sono passate per la testa, ma poi la prima cosa che ho detto è stata: “Ok Tato, adesso stai tranquillo, ne hai ancora da fare?”. Lui mi ha fatto cenno di sì con la testa, allora si è alzato di nuovo dal letto ed è andato verso il bagno.

L’ansia e probabilmente “il sesto senso delle mamme” mi hanno fatto ricordare una cosa che la Dottoressa che lo segue per la celiachia all’ultimo controllo mi aveva prescritto degli stick per l’urina, da fare di tanto in tanto, per controllare il glucosio, visto che negli ultimi esami era tendenzialmente alto. Allora ricordo di averlo fatto spogliare e l’ho fatto urinare sulla strisciolina del test e di seguito l’ho spedito subito a fare la doccia. Mentre si lavava ho notato che la cartina aveva già cambiato colore, non era mai successo nelle altre occasioni che le avevo utilizzate, ma quella mattina in pochi secondi il cartoncino si era colorato di un carico color fucsia/viola.

Ho cercato di mantenere la calma per non far capire il mio stato di ansia a Samuele, ma la mia mente ha iniziato a viaggiare, dubbi, domande, ipotesi… più dubbi che risposte! Sapevo che lo dovevo portare all’ospedale, non capivo il perché, ma lo sapevo!!! E se fosse successo come al figlio della mia amica Barbara che aveva scoperto che era diabetico perché lo trovava sempre bagnato nel letto? No, mi dicevo, sei esagerata! Forse in questi giorni ha esagerato con gli zuccheri, ma sappiamo che il cibo che mangia, quello senza glutine, è tendenzialmente molto dolce…lui non è diabetico…gli diranno di mangiare meno “roba dolce” e poi finito lì.

Però, ho svegliato Roberto, mio marito, e gli ho spiegato cosa era successo. Robby mi ha chiesto se volevo che venisse con noi, e io gli ho risposto di stare tranquillo, probabilmente avevo bisogno di non farmi “prendere” dal panico e poi, lui avrebbe dovuto portare a scuola Leonardo. Così, armata di un coraggio che forse non avevo, ho detto: “Vedrai che gli faranno una serie di esami e poi ci rimandano a casa, ma non sarà niente di che, solo una giornata persa all’ospedale per sentirci dire che non ha niente”.

Finito di vestirci, ho caricato Samuele in macchina e ricordo molto bene che mi ha detto: “Mamma non ho fatto colazione! Ma dove mi porti?” e io, meccanicamente ho risposto: “Tato, la mamma ti porta in ospedale perché voglio capire come mai continui a fare la pipì nel letto”. Un po’ spaventato mi ha chiesto: “Ma mi fanno il pizzichino?”. Il pizzichino è il termine con il quale Samuele chiama il prelievo del sangue e lui, come la maggior parte dei bambini, ne è sempre terrorizzato.

Ho cercato di essere rassicurante e gli ho detto: “Non so tesoro, vedremo. Adesso non pensarci e cerca di stare tranquillo, magari il dottore dice che non è nulla e ci manda subito a casa”. In quel momento, mentre guidavo, mi sono passati per la testa un milione di pensieri, domande e dubbi: sicuramente mi chiederanno come mai ho portato il bambino là, mi diranno che problema ha avuto. E io cosa gli risponderò? Che aveva fatto la pipì nel letto? Mi prenderanno per matta e mi rimanderanno a casa!

La mia mente continuava a pensare … Devo andare? Stare? Sono davvero esagerata? Sicuramente la causa è che ieri ha bevuto troppo thè verde che a lui piace un sacco ed essendo un diuretico gli ha causato questa cosa! Forse dovrei proprio tornare in dietro!!! La logica mi diceva di fare retromarcia e di tornare verso casa, ma l’istinto di mamma no, perciò non l’ho fatto.

Arrivati al Policlinico, quando ho spiegato cosa avesse il bambino, due infermiere guardandosi tra loro, ci hanno assegnato un “codice giallo” e ci hanno fatto entrare subito. Inizialmente mi hanno chiesto se il bambino avesse mangiato e sentito che era ancora a digiuno, gli hanno fatto uno stick glicemico. Sul display è apparso il numero 425. Io non capivo, ma lo sguardo tra le infermiere accrebbe la mia ansia; dovevo stare tranquilla perché Samuele stava piangendo per il pizzico al dito.

A quel punto una delle infermiere mi ha detto: “Signora adesso la faremo parlare con il medico di guardia”. Sempre più confusa ho chiesto se mi dovevo preoccupare, ma l’infermiera con uno sguardo molto dolce ha cercato di rassicurarmi dicendo di stare tranquilla, che avrebbero fatto degli accertamenti al bambino, compresi gli esami del sangue, poi il medico mi avrebbe comunicato gli esiti.

Dopo alcuni istanti è apparsa una Dottoressa, si è presentata e mi ha chiesto di raccontarle cosa era successo. Cercando di restare calma, le ho spiegato l’accaduto sia di quella mattina che quello dei due giorni precedenti. Naturalmente l’ho informata della celiachia e poi come quasi a giustificare tutta quell’incontinenza le ho detto che Samuele in quei giorni aveva bevuto moltissimo thè verde e, sapendo che era molto diuretico, forse quella avrebbe potuto essere stata la causa di tutto ciò. La Dottoressa mi ha guardato, poi mi ha sorriso e detto: “Signora suo figlio ha una glicemia pari a 425, noi sospettiamo che possa essere diabetico. Comunque adesso faremo una serie di esami poi vedremo come procedere, ma sicuramente sarà da ricoverare”. È strano come, a volte, il nostro cervello rifiuti la realtà! Ancora non capivo, o non volevo capire, la gravità della cosa, così le ho chiesto: “Ma deve stare solo a dieta per un po’ per abbassare quel valore, vero?”. La risposta che ho ricevuto è di quelle che temi, ma la tua mente rifiuta di accettare: “Se il nostro sospetto è corretto il bambino dovrà iniziare a fare le insuline!”.

“Insuline?” mi tremava la voce e i battiti del cuore sentivo che stavano accelerando, ma ho fatto ancora una domanda, anche se sapevo già la risposta: “Ma scusi dottoressa, per quanto tempo le dovrà fare?”. La risposta è stata tranquilla, ma decisa: “ Signora per sempre, per tutta la vita”.

La gola mi si è seccata, la vista oscurata dalle lacrime che mi cominciarono a scendere inondandomi il viso e il mio cuore, in quel preciso istante, credo, abbia smesso di funzionare. Tremavo e nessun suono usciva più dalla mia bocca, inalavo aria come un pesce for d’acqua e la testa ha iniziato a farmi un gran male. Troppe emozioni, immagini dolorose, l’idea delle difficoltà che avrebbe dovuto affrontare Samuele… cosa dirgli, cosa fare… ricordo il salato delle lacrime che mi riempievano la bocca.

Perché è diabetico? È certamente un errore, lui è un bambino magro, minuto, il diabete viene alle persone grosse, obese, viene a quei bambini che stanno tutto il giorno davanti alla televisione a mangiare schifezze e non fanno attività fisica. Lui fa tanto sport, gioca a calcio, si allena due volte la settimana e va a ballare hip-hop.

E poi …sono sempre stata molto attenta alla sua dieta: non mangia hamburger, patatine fritte, caramelle, merendine di continuo come fanno certi bambini. No, si sono sicuramente sbagliati! Il mio Samuele non può essere diabetico!!! E poi… INSULINA? Non può essere! Lui ha molta paura degli aghi e delle siringhe, quando dobbiamo fare il prelievo del sangue per controllare la celiachia è sempre una lotta riuscire a bucarlo, ci vogliono due infermiere per tenerlo stretto, non possono fargli fare le insuline, “sforacchiarlo” più volte al giorno, assolutamente no! Schiacciata dai pensieri e dalle emozioni e dal peso delle lacrime, mi sono appoggiata al muro dell’ambulatorio ripensando a quella possibile diagnosi.

Dopo un po’ è ritornata una delle infermiere per dirmi che avrebbero dovuto fare un prelievo a Samuele, ma che il bimbo, intuito cosa gli volevano fare, aveva iniziato a urlare, così mi ha chiesto di asciugarmi le lacrime e di andare con lei per vedere se riuscivo a calmarlo. Mi sono ricomposta, ho finto di essere serena e che tutto andasse bene, ma Samuele era troppo spaventato e anche se abbiamo provato a convincerlo con le buone a fare il prelievo, non ci siamo riuscite.

Ricordo le sue urla, gli occhi spaventati e le sue lacrime di disperazione mentre provavamo; ma né le mie parole, né le mie carezze riuscivano a tranquillizzarlo. Mentre singhiozzava mi implorava dicendomi: “Mamma ti prego, ti prego, non farmi fare il pizzichino, ho troppa paura”. Io provavo a dirgli di stare tranquillo e che non sarebbe successo niente, ma lui cercava il mio sguardo e mentre si dimenava dalla stretta delle infermiere continuando a dirmi: “Mamma ti pregooooo”. Purtroppo non rimaneva che un sistema… tenerlo con la forza in due affinché l’altra riuscisse a prelevargli le fialette di sangue necessarie .

E questo era solo un prelievo occasionale! Come farò a spiegargli che da oggi in avanti lui dovrà fare le insuline tutti i giorni. Non potrà mai essere possibile, lui non si farà mai avvicinare con un ago e io non posso fargli passare tutti i giorni un’agonia così! Forse le infermiere che hanno visto come ha reagito a questo prelievo lo andranno a dire alla Dottoressa e lei troverà un altro rimedio per lui. Dopo tanto dolore e disperazione sono riuscita a calmarlo e mentre singhiozzava ancora mi ha detto che voleva subito andare a casa. Con dolcezza gli ho spiegato che la Dottoressa voleva fargli altri esami e che saremmo dovuti stare lì un paio di giorni. A quel punto ha ricominciato ad agitarsi, poi mi ha chiesto se avesse dovuto fare ancora altri prelievi e, siccome non volevo mentire, ho risposto che non lo sapevo, ma Samuele voleva che gli giurassi che io non avrei permesso a nessuna infermiera di bucarlo ancora, e mi ripeteva: “Giuralo, giuralo mamma”.

Quel momento è stato davvero duro, come fai a giurare una cosa che sai di non poter mantenere, e come fai a dire al tuo piccolo cucciolo che da lì in poi avrebbe dovuto utilizzare aghi e siringhe continuamente.

Era un incubo, il futuro era un incubo. L’unico ossessivo pensiero era che da quel giorno tutto sarebbe cambiato: la sua e la nostra vita. Vedevo per il futuro una vita fatta di limitazioni, avremmo dovuto stravolgere la nostra quotidianità sia per il cibo sia per le abitudini, un incubo! Ora però mi accorgo che mi sbagliavo e di tanto!

Quel bambino che aveva tanto paura degli aghi e delle siringhe non c’è più, al suo posto è arrivato un ragazzino che con tanta serenità si misura e si inietta insulina senza nessun problema, autogestendosi. La sua vita non è cambiata in niente. Continua a fare sport, a fare tutto ciò che fanno i fanciulli della sua età partecipando a feste e compleanni come faceva una volta, senza nessun problema, accettando la sua condizione e le limitazioni alimentari non lo ostacolano. Ammetto che ha avuto momenti di sconforto, di stanchezza e di rabbia nei confronti di questo nemico che si è insidiato nella sua vita così inaspettatamente, però con l’aiuto dei medici e degli amici che lo hanno sostenuto, ogni crisi è passata.

È davvero dura a livello psicologico e familiare. Ci vuole tanta collaborazione e fiducia reciproca e per un bambino sapere di essere diabetico è veramente un duro colpo da accettare. Per un genitore è una lama che ti trafigge il cuore con la quale devi imparare a convivere, perché sai che non potrai mai toglierla dal tuo petto, però col tempo impari ad accettarne la presenza.

Da mamma a mamma ancora oggi lo considero il mio peggior nemico, però è un nemico che non possiamo né evitare né allontanare, perciò per amore dei nostri figli dobbiamo imparare a conoscerlo, rispettarlo e imparare a conviverci, perché è solo così che potremo aiutare i nostri ragazzi e le nostre ragazze a essere bambini sereni.

 

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Titolo: RISPETTANDO IL MIO NEMICO, IL DIABETE

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