NICOLAS AMODIO: STORIA DI UN CALCIATORE COL DIABETE

Ultima modifica: 18 luglio 2016

Autore: Il Tuo Diabete

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Nicolás Amodio, centrocampista, 33 anni, portò il Napoli dalla serie C1 alla serie A

Un talento dentro il campo e fuori, quando racconta la sua esperienza ai giovani che, come lui, non si vogliono far fermare dal diabete.

Oggi gioca nel US Lecce, ma la storia di Nicolás inizia come quella di tanti altri: a nove anni inizia a sentire molta, troppa sete. Veloce arriva la diagnosi: diabete tipo 1. Da quando aveva sei anni è iscritto a una scuola di calcio, sogna di diventare un professionista. Nicolás è fortunato: il diabetologo non lo dissuade dal fare sport come spesso avveniva in quegli anni. «Mi dissero invece che potevo andare avanti, che lo sport mi avrebbe fatto bene, e continuai».

“Continuare” significa entrare nel Defensor Sporting della sua città (Montevideo in Uruguay), essere chiamato alla Sambenedettese e poi, a 22 anni, al Napoli.

Nicolás si è fatto notare: “È in grado di ricoprire diversi ruoli in varie zone del centrocampo”, dicono di lui. I giornali lo definiscono un “uomo d’ordine”, “un talento dentro e fuori dal campo”, “non ha niente a che vedere con certi divetti che abitano il dorato mondo del calcio”, scrivono. In effetti ha qualcosa di particolare questo giovane ragazzo, che a 19 anni giocava in Copa Libertadora (la Champions League del Sud America).

Dall’inizio della sua carriera calcistica, Nicolás ha deciso di condividere la sua esperienza e passa molte giornate partecipando a incontri pubblici con ragazzi e bambini diabetici o a cerimonie ufficiali come quella dove ha ricevuto il “premio Atleta con diabete dell’anno” o quella organizzata dal Panathlon Club di Ariano Irpino. «Vorrei che il mio esempio fosse utile per i ragazzi con il diabete: lo sport non è proibito, anzi. È possibile esprimersi ad ogni livello. Basta sapersi controllare e non parlo solo di glicemia».

Tanti sognano di diventare calciatori professionisti come te. Tu ci sei riuscito. Nessuno ha mai cercato di ostacolarti?

No, perché io ero convinto che il diabete non sarebbe stato un ostacolo. Imparai subito a fare i controlli e le iniezioni da solo. Fin da piccolo ogni pomeriggio uscivo di casa e andavo al campo di calcio. Nella borsa assieme alla maglietta e agli scarpini trovarono posto anche l’insulina e le strisce.

Hai avuto mai l’impressione di non essere entrato in squadra o di non aver ricevuto una proposta per colpa del diabete?

No, sarò un ingenuo, ma non ho mai avuto questa impressione.

Sei l’unico calciatore professionista con il diabete tipo 1?

No, non sono l’unico. Sono il primo che ne ha parlato pubblicamente. Rispetto la privacy e le scelte di altri giocatori ma ho scelto di fare diversamente.

Cosa ti ha portato a parlarne in pubblico?

So di avere un messaggio da portare a questi ragazzi, a questi bambini, che mi ricordano molto me stesso da piccolo, voglio ripetere quello che mi hanno detto, che mi sono detto, a quei tempi: “Non farti fermare dal diabete. Puoi, anzi devi, fare esercizio fisico. Ti fa bene. Segui bene la terapia, controlla la glicemia e quello che fai. È facile”.

Sei un giocatore particolare: colpisci per la tua maturità. Avere il diabete ha caratterizzato la tua personalità?

Forse dovrei dire “il diabete non ha cambiato nulla”, ma non è vero. Sono diventato un calciatore professionista nonostante il diabete. Ma sarei stato un giocatore e una persona diversa se non avessi incontrato il diabete che mi ha affidato precocemente delle responsabilità, mi ha fatto maturare e insegnato a controllarmi prima e di più degli altri.

Controllarsi è difficile per uno sportivo?

Sì e no. Non è difficile perché un vero sportivo conosce bene il suo corpo, lo rispetta e sa cosa deve fare per tenerlo in perfetta efficienza. In questo senso non ci sono molte differenze tra le abitudini di uno sportivo e di una persona con il diabete. In ritiro per esempio l’alimentazione e le abitudini di vita sono le più sane e consigliabili.

Un calciatore è una star, conteso da tutti, tante tentazioni… È facile resistere?

Il diabete mi ha dato l’abitudine alla disciplina, al controllo. “Controllo” è la parola chiave, vuol dire una terapia adatta, una dieta attenta.

Le dosi di insulina sono diverse il giorno della partita rispetto agli altri giorni?

Le dosi di insulina, soprattutto dell’analogo lento, cambiano a seconda dell’esercizio fisico che prevedo di fare l’indomani. Per esempio i primi giorni della settimana, gli allenamenti sono particolarmente duri e quindi occorre meno insulina. Naturalmente è importante controllarsi. La sera e la notte dopo un allenamento o una partita faticosa può succedere che la glicemia sia bassa, in quel caso mangio qualcosa prima di andare a letto.

I risultati tuoi e della squadra sono noti. E quelli nel tuo “campionato” con il diabete?

La glicemia non mi dà problemi. La misuro prima e dopo una partita, anche nell’intervallo. Se è un po’ più bassa del necessario bevo un po’ di succo di frutta zuccherato; se è un po’ più alta, faccio una correzione con l’insulina. Non mi è mai capitato di non poter scendere in campo per colpa della glicemia. La mia emoglobina glicata era al 7%, ora è scesa al 6,2%.

 

Nicolás è uno sportivo che può essere d’esempio a tutti coloro che si stanno cimentando o si cimenteranno in attività agonistiche. Che sia il calcio o un’altra disciplina sportiva, chi ha il diabete non deve dimenticare che, nonostante la malattia, può raggiungere livelli altissimi anche nelle professioni sportive.

 

Foto: World Football

Fonte: Dm1.it

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Titolo: NICOLAS AMODIO: STORIA DI UN CALCIATORE COL DIABETE

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